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L'ultimo Natale

"Sono 12 dollari e 25, grazie”..

Il rumore del registratore di cassa faceva a gara con il vocìo delle decine di persone che facevano la fila per pagare al “Big Store”, mentre Diana a fatica si districava tra codici a barre, scontrini sbagliati, gente che prendeva una cosa e poi ne voleva un’altra.

Lavorava lì da quasi 10 anni Diana e non era male quel lavoro, ma a Natale veniva il periodo peggiore; troppa fatica, troppe ore passate seduta...troppo gelo nelle mani tenute prigioniere nei guanti di lana senza dita. Freddo alle mani, freddo ai piedi, freddo nell’anima.

Ogni tanto alzava lo sguardo dai suoi conti, verso gli avventori e quello che vedeva era un campione della società che la circondava...anzi no...di cui faceva parte, ma dalla quale avrebbe sempre voluto un giorno fuggire.

Visi rubicondi, volti seri e semiseri di massaie, di ragazzini deficienti, di amanti, mogli, sorelle, fratelli, figli e figliastri; tutto l’universo passava al Big Store”, ma a Natale pareva ci passasse anche molto più che l’universo.

Nei suoi 35 anni Diana aveva vissuto tiepide primavere e cupi inverni, quasi mai estati calde e appassionate, forse la colpa era di quella sua leggera pinguedine che la rendeva poco appetibile o forse delle sue caviglie grosse. Se l’era sempre domandato Diana cosa tenesse sempre gli altri, specie gli animali di razza maschile, a cauta distanza da lei.

Le altre commesse, come Mary ad esempio, avevano sempre chi le attendeva alla fine del lavoro. Elisabeth addirittura aveva provocato una lite fra due ragazzi che una sera erano venuti entrambi a prenderla per riaccompagnarla a casa,  ma lei no... a lei non l’attendeva mai nessuno e allora prendeva la sua piccola utilitaria tutta marcia di ruggine e si avviava lentamente verso casa, un appartamentino di 55 metri quadri di un anonimo vicolo dall’anonimo nome.

Ma quella sera, la sera del 24 dicembre, il lavoro non le era mai sembrato cosi pesante, cosi noioso. Tutte quelle facce che le passavano davanti fra qualche ora sarebbero state davanti ad una tavola imbandita, sorridenti, mentre lei non avrebbe avuto nulla di tutto ciò.

Fatti coraggio Diana...passerà anche questo natale” - disse per farsi forza, e continuò a battere cifre sui tasti del registratore, a cambiare salmoni da 500g al posto di quelli da 250g e chiamare in cassa gli inservienti per una chiarificazione sull’importo di questo o di quell’articolo.

Alle 18,30 le casse vennero chiuse. Gli ultimi clienti vennero invitati ad uscire dagli altoparlanti sparsi dentro il locale e Diana batté gli ultimi importi, poi copri il suo registratore con il telo di plastica e lo accarezzò per un attimo. Che strano, si poteva dire che ogni lavoratore avesse il proprio strumento a questo mondo: il soldato ha il fucile, il barbiere le forbici, il meccanico le pinze. Lei aveva quel registratore ed era l’unica cosa con la quale avesse veramente un rapporto quasi epidermico.

A questo pensiero, quello del rapporto epidermico con una macchina, Diana si fece scappare un’espressione amara, tanto che Elisabeth se ne accorse ma senza capire il motivo.  “Dai Diana...è finita anche oggi la giornata”.

Si, pensò Diana, è proprio finita la giornata.

Il direttore del Big Store consegnò ad ognuno dei dipendenti un panettone farcito, tutti lo ringraziarono e a Diana toccò stringere le mani grassottelle e sudate di quell’individuo odioso, arrogante e sempre con i capelli pieni di brillantina che aveva in pugno tutti lì dentro. Una volta ci aveva provato con una commessa, e dato che questa non c’era stata, Bondel (questo era il suo nome) l’aveva adibita al reparto carni congelate. La poverina era stata costretta a licenziarsi poco dopo a causa dei continui malanni a cui andava soggetta lavorando ad una temperatura media di 5 gradi sottozero.

Diana salutò tutti i suoi colleghi di lavoro ed usci dal Supermercato.

Dal principio il silenzio che regnava fuori, dopo tutto quel vociare a cui era stata sottoposta per tutto il giorno, fu come un pugno allo stomaco. Si fermò un attimo a guardare la città; non c’era in giro nessuno ormai, tutti a preparare la cena di natale. Aspirò una boccata d’aria malsana ed inquinata, poi apri la portiera della sua auto e parti alla volta di casa.

 

Poco lontano, Andrew Stone stava uscendo dal suo ufficio di consulenza finanziaria sito all’ultimo piano di un grosso stabile signorile.

Salve Stone, e tanti auguri a lei e famiglia”, disse con voce melliflua il guardiano degli uffici. Andrew rispose con un gesto di saluto appena accennato... lui non l’aveva una famiglia, o meglio, non l’aveva più da quando sua moglie una sera gli aveva fatto trovare un biglietto sulla tavola: “Me ne vado...porto con me i bambini”. Tutto qua, senza una spiegazione...senza motivo apparente, ma lui non aveva nemmeno cercato di capire. Giudicava la sua ex moglie troppo intelligente per aver fatto una cosa simile senza un motivo apparente  e quindi si era presto rassegnato.

Con il passare delle settimane il suo carattere già di per se chiuso aveva preso a sigillarsi ulteriormente, facendolo somigliare sempre più ad una sorta di “disadattato metropolitano”, sempre taciturno, sempre solo..una specie di “guscio di se stesso” insomma.

Il suo unico passatempo era il lavoro; solo qui, immerso fra le sue pratiche, riusciva a trovare quella serenità, quella distensione, che altrove gli era impossibile procurarsi.

Ma adesso c’era il maledetto natale di mezzo e cosa avrebbe fatto in quei giorni? Il solo pensiero lo terrorizzava; tre giorni senza lavoro... Cristo, poteva morirci di una cosa del genere!

La sua auto era parcheggiata dall’altro lato della strada, cosa che lo costrinse ad inzaccherarsi le scarpe di neve per attraversare il nero manto di asfalto sovrastato da una poltiglia indicibile di acqua e fango.

Ma perché non sono nato alle Maldive?” gli venne da pensare, ma poi la risposta trovò da sola la via della sua mente... “Perché sei uno sfigato...ecco perché” e con questo pensiero, cosi truce ma altrettanto semplice da fargli nascere un sorriso amaro sulle labbra, Andrew inserì la chiave della messa in moto.

Quella sera però forse lo spirito del Natale si era dimenticato di lui, perché la macchina fece un sacco di storie per mettersi in moto..

Colpa del freddo”, disse tra sé e sé, aggiungendo poi che forse era venuto il tempo di cambiarla quella Oldsmobile. Ma poi perché?  Per andare dove?.. Per portarci chi?

Alla fine il motore, fra mille colpi di tosse ed indecisioni, decise di dare dimostrazione della sua esistenza in vita e si mise in moto. Andrew mise la cintura, guardò nello specchietto,innestò la prima e si mosse.

Un’aria gelida e nebbiosa era calata sulla città ormai semideserta, dando proprio l’impressione di cosa  voglia dire “Natale con i tuoi”, mentre i palazzi ed i grattacieli si erano accesi di mille luci alle finestre.

A lui divertiva un mare immaginare cosa stesse succedendo dietro a quelle finestre. Pensò a tavole gia quasi preparate,donne dietro ai fornelli, suocere amorevoli che dicevano cose cattive delle nuore di nascosto ai propri figli, bambini che rompevano le palle…di natale e tutte quelle cose che di solito compongono il “Natale con i tuoi”.

Beh...da una parte ringrazio Iddio di non doverlo passare in compagnia questo natale” - pensò - ma subito dopo si dichiarò da solo un gran bugiardo, perché invece lo voleva passare in compagnia eccome quel natale, solo che da quando la sua ruota aveva preso a girare al contrario, tutto sembrava difficile...molto più difficile di prima. Era come se la sua mente non riuscisse a rientrare in certi ritmi, certe corsie e faticasse un mondo a pensare anche le cose più semplici, quelle più elementari.

Mancanza di allenamento”, forse era solo quello, oppure era quell’insano “rilassamento” che ti prende quando ti capita una cosa cattiva nella vita e pensi che tanto il massimo dei tuoi sforzi non riuscirà mai a raggiungere i tuoi obiettivi, che nulla sarà più come prima.

Mentre continuava questa sua caduta libera di pensieri, non poté fare a meno di accorgersi che la baia quella sera aveva un’aria quasi surreale, terrificante, con tutta quella massa d’acqua scura e fumante che, lenta, scorreva poco sotto di lui mentre transitava sull’Eleonore Roosevelt Bridge.

Accostò la macchina, scese e appoggiandosi un pò al parapetto guardò sotto.

Cavolo...un tuffo, pochi istanti di terrore, meno di 5 secondi di paura, forse 2 di dolore e poi tutto è finito”. Senza accorgersene, come se le sue mani fossero comandate da qualcun altro, iniziò ad afferrarsi al parapetto come se volesse scavalcarlo, ma proprio in quel momento una voce dietro di lui lo fece sussultare.

Ehi amico... va tutto bene?

Un’auto della polizia si era fermata vicino e l’agente che gli aveva rivolto la domanda aveva sul volto un’aria annoiata ma al tempo stesso molto minacciosa.

Ehm...si agente, mi girava solo la testa e allora sono sceso dall’auto per prendere una boccata d’aria”.

Il poliziotto scese dalla macchina e gli si fece incontro con la mano sulla fondina. Giunto vicino, guardò anche lui sotto, verso il fiume.

Non è proprio questo il luogo adatto dove prendere dell’aria se le gira la testa...potrebbe cadere”, poi lo guardò di nuovo in viso..”Ha bevuto? E' sicuro di star bene?

Andrew fece di tutto per sembrare normale.

Si, si...sto bene e non ho bevuto, grazie.cCme le ho detto stavo solo cercando una boccata d’aria”.

L’agente parve credere a questa versione, ma con fare fermo e deciso lo invitò ad andare via perché l’auto ferma era di intralcio alla circolazione.

Per un breve tratto, i poliziotti lo seguirono, forse per assicurarsi che avesse detto la verità, poi all’incrocio tra la 51ª e la 12ª strada svoltarono a destra, lasciandolo solo con i suoi pensieri e la sua voglia di scappare via da quella sera di natale orribile quanto solitaria.

 

Poco distante, Diana, ferma al semaforo, approfittava per rovistare nella borsetta in cerca di una caramella che le togliesse quel sapore di spumante cattivo che le avevano offerto al Big Store.

Era una donna notoriamente disordinata in tutto; nel vestire, nel truccarsi, nei capelli... e a chi le faceva notare la cosa lei amava ripetere che “Il valore di una persona, se uno lo vuol vedere, sa spuntar fuori anche dall’immondizia!”.

Tuttavia con il passare degli anni Diana stava iniziando a credere che forse aveva sbagliato a non voler mai uscire lei per prima da quell’immondizia. D’altronde ad attendere che qualcuno ce la tirasse fuori si poteva diventar vecchi...e cosi stava accadendo...ma lei era anche molto orgogliosa verso gli altri e verso se stessa, non avrebbe mai ammesso che comportamenti diversi l’avrebbero portata ad una vita migliore, con un marito, dei figli, un giardino da curare, panni da lavare, eccetera eccetera. Doveva andare cosi e basta.

La caramella saltò fuori dallo scomparto dei soldi spiccioli della sua borsetta nel momento in cui scattava il verde ed una macchina dietro faceva sentire il suo clacson insofferente.

Diana gettò un’occhiataccia nello specchietto retrovisore ed innestò la prima, pensando che i clacson di New York hanno tutti lo stesso suono insofferente. Potresti comprare 50 automobili tutte uguali e portarne 10 a New York; stai sicuro che dopo qualche giorno quelle dieci avrebbero un tono nettamente diverso dalle altre quaranta: insofferente appunto.

L’idea delle auto che entrano in simbiosi con i loro proprietari fece accennare un sorriso a Diana, anche perché realizzò che il paragone fra lei e la sua macchina confermava in pieno questa teoria. Ambedue erano lente, leggermente goffe, non belle da vedere...e nessuno le voleva.

A quest'ultimo pensiero però il sorriso si trasformò in amarezza e subito dopo in rabbia: rabbia per una vita trascorsa alla ricerca di qualcosa che non era mai arrivato, in attesa di  qualcuno che forse non era mai nemmeno partito, rabbia per quell’ennesimo natale che avrebbe trascorso da sola, a casa, con un doppio hamburger di pesce e patatine fritte davanti alla TV.

Fu istintivo allora premere il pedale dell’acceleratore per scaricare un po’ di quella rabbia e lanciare la sua vecchia carretta lungo il viale, fra la neve mista al fango di quella vigilia di Natale, mentre i suoi occhi abbandonavano un attimo la strada per scartare quella stramaledetta caramella.

 

Andrew accese una sigaretta e ne aspirò avidamente il fumo mentre guidava. Da tempo voleva smettere, ma in fondo non aveva mai  trovato un motivo valido per farlo o forse era solo pigrizia.

Massì”-ripeteva ogni volta che dava fuoco al tabacco di uno di quei cilindretti bianchi- “Che vuoi che sia una più,una meno” e sorrideva a quel pensiero con l’espressione di chi non si curasse minimamente della propria salute, come a sfidare la sorte, salvo poi realizzare che quella era l’unica sfida che in vita sua avesse mai accettato; per tutte le altre, come vivere normalmente la propria esistenza senza farsi prendere nel giro della quotidianità, dell’apatia, si era sempre tirato indietro nonostante tutti i buoni propositi fatti...e cosi aveva sempre perso.

Immaginò allora cosa sarebbe significato accettare anche quelle di sfide, come sarebbe stata la sua vita se qualcuna di esse, non tutte, ma qualcuna, l’avesse vinta per davvero. Forse non sarebbe stato cosi solo, forse quella vigilia di natale l’avrebbe passata in compagnia, a mangiare pasta in brodo di gallina nell’attesa di scartare regali che qualcuno gli avrebbe scelto qualche giorno prima preoccupandosi poi di nasconderli fino a mezzanotte, sotto l’albero.

Quanto gli sarebbe piaciuto aprire un pacchettino, anche piccolo, quella sera, quanto piacere avrebbe provato nel sapere che qualcuno, anche una sola persona, aveva avuto un pensiero per lui in quei giorni in cui tutti sembravano felici ed apparentemente immersi nel regalar sorrisi gli uni agli altri per la notte di natale.

Con un moto di stizza aprì il finestrino e fece per gettare la sua sigaretta ancora a metà, ma poi ci ripensò.

No... almeno questa sera facciamo le persone civili”. Quindi richiuse il finestrino ed aprì il posacenere dell’auto, ma la cicca gli cadde a terra, sul tappetino.

Con una parolaccia sommessa Andrew si chinò, senza rallentare, verso il puntino luminoso che vedeva nel buio sul fondo del posto riservato al passeggero, non accorgendosi di passare dritto allo stop.

 

L’auto di Diana e quella di Andrew si scontrarono alle 19,43 del 24 dicembre presso l’incrocio tra la 17ª strada e la Lincoln Avenue. L’urto non fu particolarmente violento, ma ai rilievi della polizia risultò che sia la donna che l’uomo al momento dello scontro erano in posizioni anomale nelle loro rispettive auto: la donna infatti non aveva entrambe le mani sul volante e il corpo dell’uomo era addirittura reclinato, come se cercasse qualcosa sul fondo della propria autovettura.

L’agente Frank Minero, che stava facendo i rilievi di rito, al passaggio della barella con il corpo esanime di Andrew, disse al suo collega: “Ehi Mitch...ma questo non è il tipo che abbiamo visto poco fa sul ponte??

Mitch si avvicinò masticando chewing-gum.

Cavolo, si che è lui. Pensa, se lo avessimo trattenuto ancora un pò forse sarebbe ancora vivo.”

Già” -aggiunse Frank- “Una maledetta sfiga…e la sera di natale poi.

 Ma forse Andrew e Diana avevano trovato l’unico modo per non passare da soli quella vigilia di Natale e probabilmente, per come erano diventate le loro vite, era giusto cosi.

 

 

marco marzilli 2013 © all rights reserved