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IL MONDO SECONDO ME

 

la vita di ognuno di noi è fatta, oltre che di gesti, anche di pensieri e riflessioni. Io sono spesso preda di riflessioni, ma non perchè mi senta un insicuro o ami soffermarmi troppo sull'andamento della mia vita. Piuttosto, ciò che amo è analizzare i fatti di cui sono protagonista o dei quali avverto l'eco dai media, al dine di plasmarli al mio modo di pensare.

Non sempre ne esce qualcosa di "reale" o coerente, ma il semplice fatto di manipolare i pensieri è forse la più alta forma di creatività.

 

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DON'T STOP TILL YOU GET ENOUGH

Era inverno e in due, io e il mio inseparabile amico Riccardo, su un cinquantino modificato alla domenica pomeriggio si filava verso la discoteca più vicina, distante una quindicina di chilometri.

Allora non era come oggi, le discoteche di provincia aprivano solo nei festivi dalle 15,00 alle 20,00…ogni altro orario era impensabile, roba da grande città. La cosa bella è che oggi la mia moto rimane in garage da fine settembre fino agli inizi di aprile, ma allora no…allora il freddo, la pioggia, il gelo che ti prendeva alle tempie (il casco non era obbligatorio e del resto non lo aveva nessuno…era un lusso) non avevano effetto alcuno su di noi, decisi come eravamo ad andare comunque a ballare…a divertirci…ad “acchiappare”.

Lo “Skylab” non era propriamente lo “Studio 54” di New York (mito di ogni discotecomane dell’epoca), ma ai nostri occhi di adolescenti non più bambini ma ancora poco uomini appariva come il luogo più bello del mondo; una manciata di metri quadrati ogni volta tutti da scoprire, una pista dove troneggiava una piccola parte rialzata e illuminata sulla quale ballare significava essere uno dei “Re” di quel posto…tutti gli altri giù, tra la folla, in mezzo agli altri.

Ricordo un ragazzo alto, magrissimo, che spesso ballava su quella pedana: jeans "Wrangler" o "Lee", stivali a punta (i mitici “Camperos”), camicia sgargiante, occhiali "Ray-Ban" perennemente calati sugli occhi a far trasparire quell’alone di mistero che tanto attirava le ragazze.

E poi, il massimo, quando il DJ faceva girare sul piatto quel disco…quella canzone che iniziava con un giro di basso e poi un grido acuto.

La pista si riempiva e la gente sembrava non avere più alcun freno. E quel ragazzo, quello di prima, dava il massimo, quasi che quella canzone desse nuova carica dopo ore di ballo, di sudore…di muscoli che sembravano gridare “basta!”

Quel ragazzo ero io…quella canzone era “Don't Stop 'Till You Get Enough”…e la cantava un tipetto di colore tutto pepe che era agli albori della sua carriera: si chiamava Michael Jackson.

 

marco marzilli 2013 © all rights reserved