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Yvonne
Arrivammo nel paese che era ormai pomeriggio tardi e lo spettacolo che
si parò davanti ai nostri occhi fu desolante. Le case non erano che
tizzoni anneriti dal fuoco, che qua e là ardeva ancora. Cielo e terra si
confondevano, tanto il fumo era denso e acre, dappertutto regnava
l’odore della morte.
Sulla via principale, quella che usammo
per entrare nell’abitato, stavano i segni della fuga precipitosa delle
genti: suppellettili ed effetti personali costellavano la strada come se
qualcuno avesse voluto esporli ad un tragico mercatino per cercare di
venderli.
“Che casino”- questo fu l’unico
commento dell’uomo che stava seduto al mio fianco sul camion.
Io non gli risposi
nemmeno, me ne stavo appoggiato alla sponda del mezzo, guardando quello
scempio con occhi come perduti in quell’immane tragedia di cui anche io
ero stato, nel mio piccolo, l’artefice. Sfilando per le vie, non
potevamo non vedere, non potevamo non notare e non sentire quel silenzio
enorme, quel “nulla nell’aria” palpabile che ti prendeva dentro, che ti
faceva sentire inquieto e che un pò faceva paura.
Le finestre sembravano
occhi che ci guardavano con rimprovero, mentre i pochi alberi mezzo
bruciacchiati rimasti in piedi parevano ammonirci con i loro rami,
simili a dita accusatrici..”cosa volete mai voi? Cosa è rimasto
ancora qui da prendere se non terra e mattoni schiantati?”...questo
sembravano dirci quegli alberi.
Giungemmo finalmente in quella che un
tempo doveva essere una piazzetta; ora le macerie e le buche
costellavano lo spazio che tanti crocicchi di gente aveva visto alla
domenica mattina. In quella piazza si era parlato di politica, di donne,
di auto veloci, del raccolto. Si era malignato sulla moglie del
droghiere, forse, oppure ci se era vantati di una notte folle trascorsa
chissà dove. Adesso regnava il silenzio invece e le uniche voci che si
udivano, per giunta sommesse, erano le nostre.
Parcheggiammo il pesante camion Opel
davanti ad un locale dalle imposte divelte con un’insegna sulla porta..”Cafè
des Artistes”, c’era scritto, che ironia...
Scendemmo tutti, tranne Brandt,
l’autista, e Schiller. Ci guardammo intorno, eravamo inquieti, le mani
strette sulle nostre armi. Quell’atmosfera sembrava irreale e ci rendeva
insicuri, nervosi.
Ci venne ordinato di distribuirci tutto
intorno per vedere se era rimasto qualcuno e cosi facemmo. Io imboccai
un vicolo molto stretto pieno di calcinacci caduti dalle pareti e dai
tetti. Scavalcai una vasca da bagno che stava dritta in mezzo e mi
inoltrai ancora. Guardavo continuamente in alto e poi davanti a me. Non
mi sentivo sicuro, ero come un topo in trappola in quella situazione.
Anche una semplice massaia avrebbe potuto uccidermi gettandomi in testa
una pesante pentola! A quel pensiero sorrisi un pochino, ma c’era poco
da sorridere.
Dopo aver percorso una cinquantina di
metri mi fermai e mi voltai di nuovo, nessuno. I miei compagni dovevano
essere nelle altre viuzze. Mi resi conto di essere completamente solo
nel silenzio più assoluto, attorniato da muri anneriti e da un senso
molto forte di orrore e di solitudine.
Mi appoggiai al muro passando un
fazzoletto non troppo pulito sulla fronte e per un attimo chiusi gli
occhi.. “Dio mio, come vorrei essere lontano mille miglia da questo
posto!”.
Mentre bevevo un sorso dalla mia
borraccia, un flebile rumore attirò la mia attenzione. Sembrava un’aria
di Bach appena percettibile, ma non capivo da dove venisse. Comunque era
il segno ineluttabile che qualcuno doveva esserci rimasto li, a meno che
non fosse uno dei miei compagni che aveva trovato un pianoforte e si
stava dilettando, ma passando mentalmente in rassegna i miei commilitoni
non mi veniva in testa nessuno di loro che sapesse suonare il piano.
Mi staccai dal muro e mi diressi verso
quella dolce musica tenendo la mia arma ben stretta per qualsiasi
evenienza. Camminando, cercavo di stare attento a non fare troppo rumore
e intanto pensavo se non era il caso di tornare indietro ad avvertire
gli altri prima di andare avanti. Ma c’era qualcosa che mi attirava in
quella musica che sentivo, qualcosa che pareva dirmi di abbandonare
qualsiasi precauzione e di dirigermi senza esitazione verso la sua
fonte.
Giunto ad una diramazione del vicolo,
mi fermai per un istante. Non la sentivo più adesso..ah si, eccola di
nuovo.. veniva da destra. Un gatto nero sbucò veloce dalla finestra
davanti alla quale stavo passando e per poco non mi venne addosso,
facendomi morire quasi dallo spavento. Lo guardai scappare via, mentre
mi fermavo per riprendermi un attimo dalla paura.
Adesso la sentivo ancora più
distintamente quella musica; era proprio un pianoforte che qualcuno
stava suonando e molto bene anche. Le note mi riportavano alla mente
certe serate passate a Dusseldorf, quando ero civile... l’opera, le
cene... Greta, la mia biondissima Greta.
Giunto davanti ad un
portone mezzo diroccato mi fermai. Il suono veniva dal piano di sopra.
Mi guardai intorno
ancora una volta: silenzio assoluto se non quella musica che pareva
prendermi per un braccio e trascinarmi verso di lei.
Iniziai a salire le scale ingombre di
detriti e lentamente giunsi al primo piano. Senza nemmeno dare
un’occhiata oltre le porte che avevo appena superato. Continuai a salire
ancora.. secondo piano.. ecco, era qui...la fonte della musica che
sentivo era dopo quel portone marrone, tutto scheggiato e mezzo
socchiuso.
Con infinita precauzione poggiai il mio
fucile alla porta e cominciai a spingere piano per aprire. La prima cosa
che notai fu che il soffitto non c’era più, era crollato dentro
l’appartamento, ma nonostante ciò tutto era immerso nella penombra data
dal calare della sera e dal fumo che aleggiava tutto intorno alla casa.
Rimasi sull’uscio e guardai dentro con
circospezione, riuscendo finalmente a vedere da dove veniva quel suono.
In un angolo della stanza stava un
pianoforte e, seduta, una donna lo stava suonando con aria rapita, come
se tutta quella distruzione che le stava intorno fosse in un altro
posto, in un'altra dimensione. Indossava un vestitino bianco, di taglio
tipicamente francese, troppo bianco in mezzo a tutto quel disordine e a
quella polvere. La ragazza mi dava le spalle, quindi non aveva avuto
modo di vedermi arrivare, ma potevo vedere che aveva i capelli non molto
lunghi, nerissimi e la pelle delle braccia bianchissima.. era senza
scarpe.
Rimasi ancora qualche secondo li,
appoggiato allo stipite della porta. Non sapevo cosa fare e soprattutto
non volevo spaventare a morte quella donna con una mia apparizione
improvvisa alle sue spalle. Ma fu lei a prevenirmi.
Ad un tratto infatti smise di suonare.
Il silenzio divenne cosi veramente totale ed ancor più inquietante.
Lentamente si alzò in piedi, poi si voltò; era bellissima. Il volto era
incorniciato dai suoi capelli scuri e i suoi occhi neri, grandi e
profondi, spiccavano nel pallore quasi spettrale del suo viso. Non osavo
dire nulla, non sapevo che effetto avrebbe avuto una qualsiasi mia
parola su quella donna che non sembrava nemmeno vera.
Restammo a guardarci ancora per qualche
istante.. poi lei mi sorrise e mi venne incontro. “La musica è una
cosa meravigliosa.. non trovi?”
Appena mi fu giunta davanti notai
subito che aveva gli occhi stanchi, come chi non dorme da giorni.
Tuttavia questo particolare nulla toglieva alla sua bellezza, veramente
notevole.
“Qual è il tuo nome?”- fu la sua
domanda successiva.
“Hoffmann.. Paul Hoffmann”
riuscii a dire con un filo di voce, stupefatto che quella ragazza non
avesse paura di me ma che, anzi, fosse quasi sollevata dalla mia
visione.
“Io mi chiamo Yvonne.. Yvonne
Doubois”
Sorridendo ancora, mi fece segno con la
testa. “Entra.. accomodati, ti prego..”
Prendendomi per mano, mi portò al
centro della sala, dove un vecchio divano verde stava vicino ad un
tavolino di legno e cristallo.
Lei si appoggiò al pianoforte e prese a
fissarmi molto intensamente, mettendomi in forte imbarazzo. Non riuscivo
a reggere quello sguardo e mi fissavo intorno cercando qualcosa da
dire.. ero a disagio.
“Hai visto quanto movimento c’è in
paese?”-disse lei ad un tratto.. –“Oggi è festa, i contadini
vengono qui dalle campagne circostanti a vendere le loro cose al
mercato, la gente mette il vestito buono e l’aria è piena degli odori di
buone cose da mangiare..”
Rimasi trasecolato.. non riuscivo a
credere a ciò che avevo appena udito. Quella ragazza se ne stava in una
casa mezzo distrutta, al centro di un paese che non esisteva più ed i
cui abitanti erano morti, o scappati via di corsa.. e mi parlava di
festa del paese?
Si staccò dal pianoforte e, recatasi
vicino ad un vaso di fiori rossi, ne prese uno annusandone il profumo.
Stavo per rispondere, quando lei mi
fece ancora una domanda.
“Ma che fai qui?.. Come mai un
soldato a Oradour Sur Glaine?"
Pensai fra me e me che quella donna
fosse uscita di senno, completamente di senno..si, non poteva essere
altrimenti d’altra parte.
Il suo sguardo si fece cupo.. triste..
i suoi occhi sembrarono vedere cose lontane chilometri da quella
stanza..
“Già.. la guerra.. Paul, tu ce l’hai
una fidanzata?”
“Si..”
“E come si chiama?”
“Greta..”
Sorrise
ancora, guardandomi teneramente, poi si avvicinò e mi porse il fiore che
teneva in mano con un sorriso dolcissimo.
“Tieni, Paul, quando tornerai a
casa, porta a Greta questo fiore e dille che glielo manda una donna che
ha vissuto abbastanza per capire cosa nella vita è importante e cosa
invece no.. e dille di fare la stessa cosa..di fare di tutto per capire
cosa è degno di essere vissuto e cosa invece non ha alcun senso”.
Accettai quel fiore e lo riposi nella
tasca della mia giubba. Stavo per ringraziare, quando dalla strada udii
i miei compagni che mi stavano cercando, chiamandomi a gran voce.
Voltai lo sguardo per un attimo verso
la porta; avevo timore che loro potessero trovare li quella ragazza..non
si sa mai, erano uomini che ne avevano viste di tutti i colori e magari
potevano farle del male.
Il mio sguardo tornò di nuovo verso la
donna, ma questa non c’era più. Mi guardai intorno, controllai anche
nelle altre stanze dell’appartamento ma di lei nessuna traccia. Intanto
dalla strada continuavano a chiamarmi quindi mi decisi a scendere,
ancora molto perplesso per quello che era appena accaduto.
Giunto dabbasso mi presi una sonora
lavata di capo dai miei compagni, i quali credevano fossi caduto vittima
di un’imboscata e stavano per partire senza di me.
Alla domanda circa il fatto se avessi
visto qualcuno, risposi decisamente di no.
Intanto era sceso il buio e tornammo
verso la piazzetta dove avevamo lasciato il camion e per tutto il vicolo
non feci altro che voltarmi indietro per cercare con lo sguardo quella
ragazza.
Avevamo avuto ordine di abbandonare il
paese perché il nemico ormai era troppo vicino e noi eravamo forse gli
ultimi soldati rimasti di retroguardia.
Partimmo rombando in tutta fretta, ma
il nostro viaggio durò poco; infatti appena all’uscita del paese il
mezzo su cui eravamo si guastò emettendo nuvole di fumo nero da sotto il
cofano. Scendemmo di nuovo, molto nervosi e il comando, contattato via
radio, ci consigliò di passare la notte lì in attesa di qualcuno che
fosse venuto a recuperarci a breve.
Io e Muller ce ne andammo nel cimitero,
un posto un po’ lugubre ma senz’altro il più sicuro. Nella zona infatti
non c’erano altri ripari. Ci mettemmo comodi il più possibile; io mi
appoggiai ad una lapide con lo zaino sotto la testa e provai a dormire
un pò, ma avevo nella mente ancora Yvonne.. e non riuscivo a scacciare
quella stranissima visione dalla mia memoria.
Non so quanto ho dormito. Ricordo solo
che alle prime luci del mattino la mano rude di Muller mi scosse la
spalla. “Dai, svegliati Paul, sono venuti a prenderci, dobbiamo
andare..”
Mi alzai ancora mezzo intontito per il
poco sonno di cui avevo goduto e con le ossa tutte doloranti per la
scomoda posizione.
Raccolsi il mio fucile a terra, poi
l’elmetto. Quando feci per prendere lo zaino il mio sguardo andò per
caso sulla lapide e sulla foto che c’era sopra..quella di Yvonne!
La scritta incisa sul marmo diceva
“Yvonne Doubois N. 27/1/1920 – M.7/8/1944”.. una settimana fa dunque.
Il fucile mi cadde dalle mani. Ero
semplicemente inebetito, confuso. Ricordo che l’unica cosa che riuscii a
pensare fu “Non è possibile.. questa cosa non è affatto possibile..”
D’istinto misi la mano nella tasca
della giubba e ne trassi il fiore rosso che Yvonne mi aveva donato la
sera prima, poi vidi che sul terreno, a pochi centimetri dalla sua
lapide, ne era nato uno del tutto simile.. “non è possibile”, mi
ripetei mentalmente…
“Paul!! Dai.. ti vuoi muovere??
Dobbiamo andare!!” – era la voce di Muller che mi chiamava dal
camion venuto a prenderci.
Raccolsi tutto il mio armamentario e mi
allontanai da quel posto, sconvolto per quello che avevo appena visto.
Poco prima di compiere l’ultima curva che ci avrebbe privati della vista
del paese mi voltai ancora una volta verso le rovine e, nella luce
incerta del primo mattino, sono sicuro di aver visto un'esile figura in
abito bianco che mi salutava da una finestra, ma era molto lontana e non
ne scorsi che i contorni.
Dopo la guerra sono tornato a Oradour,
ma seppi che poche ore dopo la nostra partenza un imponente
bombardamento lo aveva completamente distrutto e ciò aveva convinto i
francesi a ricostruirlo un chilometro più in là.
Nel cimitero nuovo non c’era traccia
alcuna di Yvonne Doubois e quando, annaspando nei ricordi, mi recai con
la mia vecchia Volkswagen nel punto dove doveva essere quello di un
tempo, non lo trovai più. Al suo posto stava un enorme prato dove, in un
angolo, era un bellissimo cespuglio di fiori rossi, come quello che
Yvonne mi aveva regalato quella sera dell’agosto 1944.
Mi avvicinai, poi mi voltai verso la
mia Greta, ancora bella nonostante gli anni.
“E’ qui.. si, è proprio qui”.
Lei
tolse dalla sua borsetta un piccolo involucro di plastica e ne trasse un
fiore rosso tutto rinsecchito, che posò con mille attenzioni in mezzo a
quelli, freschi e rigogliosi, del cespuglio.
Sostammo ancora 5 minuti, io guardavo
in terra.. Greta mi teneva la mano, come quando eravamo ragazzi.
Quando andammo via, io mi volsi un
attimo verso il cespuglio. “Addio Yvonne.. un giorno sono sicuro che
ci rivedremo, da qualche altra parte non su questa terra..e mi
spiegherai il significato di quella sera d’agosto”.
La mia vecchia
Volkswagen lasciò Oradour con il suo carico di mille domande, a cui il
tempo non aveva affatto dato una risposta.
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